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martedì 9 giugno 2026

Ugo Cornia - Sulla felicità a oltranza


Fare le cose in questo modo, soltanto per stare a vedere che cosa ci salta fuori, senza grandi motivazioni, è l'unico atteggiamento che già dopo poco, nel corso di qualche minuto, fa saltare fuori dal mondo un po' di futuro. Senza l'ombra di alcun dubbio il futuro non sta assolutamente nei desideri. In un desiderio, volendo essere buoni fino in fondo, ci sta tutta la quintessenza della schifezza di un passato che ti incolla a qualcosa che ti sembra proprio tuo, invece è casuale come tutto il resto.

lunedì 8 giugno 2026

Ugo Cornia - Sulla felicità a oltranza


 E ho pensato che grande coerenza ideologica ha avuto mio padre. Tutte le volte che gli ho chiesto se stava bene lui mi chiedeva subito se volevo che si ammazzasse che lui poteva anche ammazzarsi; allora io gli dicevo che volevo solo sapere se stava bene, e lui diceva che era chiaro che stava bene, che anche se stava male stava bene, perché se non fosse stato bene si ammazzava sul momento, e io ho pensato che era un ragionamento che non faceva una piega, un ragionamento veramente brillante. Infatti io stesso a una che il giorno prima mi aveva chiesto se avevo pianto le ho chiesto subito se era diventata completamente idiota, e le ho detto che ero già abbastanza triste per aver voglia per di più di mettermi anche a piangere, e mi sono chiesto subito che cosa c'ha la gente dentro alla testa, deve avere della merda dentro alla testa.


lunedì 19 febbraio 2024

Gianni Celati me lo sposerei - il transito mite delle parole, Quodlibet 2022 - pag 152

 Non faccio altro che sottolinearla, caro Gianni, questa raccolta di interviste e riflessioni sparpagliate. Avrei voluto dormire con te Caro Gianni e fare colazione e chiacchierare poi passeggiando per quelle strade lì che percorrevi in silenzio (ti sarei venuto dietro pian piano e anch'io sarei stato in silenzio per rispetto dei tuoi pensieri che chissà cosa pensavi)

Pag 152, 1989, intervista a scuole aperte, San Casciano in val di Pesa
(Studente): Dato che lei dà tanta importanza alla musicalità, che cosa ne pensa della poesia?
La scuola vi insegna normalmente a distinguere la poesia dalla prosa: io non credo che vi siano differenze tra poesia e prosa; ci sono differenze solo quando si tratta di prosa brutta.
La poesia ha in sé il ritmo, ma tutto il linguaggio è ritmo e musicalità: il fatto che le poesie abbiano dei versi è solo un'invenzione di scrittura. Una volta le poesie avevano delle rime, adesso le rime non si usano più, però non cambia niente. La poesia fa parte della nostra voce, ha in sé la capacità di sentire la voce, quindi la poesia è dappertutto, tra la gente che parla, tra gli uomini che parlano. Oggi, nella nostra epoca, la maggior parte degli uomini si chiedono se i poeti siano dei cretini: chi è un poeta di fronte alle persone famose della politica e dell'industria? Questi sono dei grandi personaggi, un poeta non è nessuno. In questa società tendenzialmente fascista, in cui cioè è esaltata solo la forza, il poeta è ritenuto un pazzo, un originale o comunque qualcuno che non si capisce che cosa faccia. Io credo che invece questa sia la cosa più difficile... sapete, poesia è un termine greco che vuol dire semplicemente ''fare con le parole''; quindi penso che i poeti siano le persone più disgraziate di questo tempo e le più infelici perché sono le persone meno capite, E sarà difficile che voi vediate un poeta alla televisione: un poeta non può parlare alla televisione.

martedì 30 maggio 2023

Credevo abitasse a... Hampstead - da Tradimenti, di Harold Pinter

Stavo appunto pensando che a volte mi piace, certe volte, sempre, mi piace sempre, leggere dei pezzi di letteratura che parlano di letteratura, e che mettono in mezzo la letteratura, e ci sia quel filo di metaletterarietà che a me non so perché piace così tanto, così tanto che mi dico Forse questa mia ossessione per la scrittura arriva solo dal fatto che mi piacciono queste storie di scrittori, ecco, mi dico, ecco, mentre ero lì che infatti sottolineavo un passaggio di Pinter, Harold, da "Tradimenti", che metto qui sotto adesso:

Entra Emma

EMMA: Salve. Che sorpresa.
JERRY: Ho preso il tè con Casey.
EMMA: Dove?
JERRY: Qui all'angolo.
EMMA: Credevo che abitasse a... Hampstead o da quelle parti.
ROBERT: Non sei aggiornata.
EMMA: Ah no?
JERRY: Ha lasciato Susannah. Vive da solo, proprio qui all'angolo.
EMMA: Oh!
ROBERT: Sta scrivendo un romanzo su un uomo che lascia la moglie e tre bambini e se ne va a vivere da solo dalla parte opposta di Londra per scrivere un romanzo su un uomo che lascia la moglie e tre bambini...
EMMA: spero sia meglio dell'ultimo
ROBERT: Dell'ultimo? Ah, l'ultimo. Ma non era quello su un uomo che viveva in una grande casa a Hampstead, con la moglie e tre bambini e sta scrivendo un romanzo su...

e già che ci sono metto qui sotto rubato da facebook un commento che forse non c'entra niente - ma in quel momento per me c'entrava molto, e comunque, in generale, le cose che non c'entrano inente sono quelle più azzeccate da stare a guardare - è un commento di Simonetti, Gianluigi, scritto su post di Policastro, Gilda, il 25 maggio se non sbaglio (sì, il 25 maggio)

GIANLUIGI SIMONETTI, commenta Gilda Policastro 25 maggio

credo bisognerebbe distinguere fra "storie" e "letteratura" (e fra narrativa e narrativa letteraria). Entrambe le cose hanno sempre destato interesse, ma è contemporanea la passione generica per le storie (nel senso merceologico, euforico e spesso anche pedagogico dello storytelling) e simmetricamente l'associazione tra storie e letteratura. Come se tutta la letteratura fosse narrativa. Mentre non tutte le storie sono letteratura, e non tutta la letteratura è fatta di storie.

(è la prima volta che pubblico un commento preso da fb, wow)

lo hanno tradotto Laura Del Bono e Elio Nissim

domenica 14 maggio 2023

Il divertimento come bisogno metafisico - Bohumil Hrabal - Ho servito il re d'Inghilterra

E poi tornavo a casa con la spesa, per tutto il viaggio riflettevo, per tutto il viaggio mi divertivo a raccontarmi di nuovo tutto ciò che avevo detto e fatto e chiesto quel giorno, se l'avevo detto e fatto in maniera giusta, e io consideravo giusto quello che mi divertiva, non che mi divertisse come i bambini o gli alcolizzati, ma come mi aveva insegnato il professore di letteratura francese, il divertimento come bisogno metafisico, che quando una persona si diverte con qualcosa, ecco, quello è l'essenziale, stupidi che non siete altro, progenie malvagia, idiota e scellerata! diceva insultandoci in quel modo per farci arrivare dove voleva lui, per far sì che divertimento per noi fosse la poesia, le cose e gli avvenimenti belli, perché la bellezza, lei ha sempre impatto e una portata che tendono al trascendente, vale a dire all'infinito e all'eterno.

La traduzione è di Giuseppe Dierna

sabato 13 maggio 2023

L'altro giorno poi a Firenze / post dopo slam con copincolla del post facebook prima dello slam ma che mi piace perché c'è Bohumil Hrabal

qui in foto mi sa che eravamo sul fil di sapere chi avrebbe vinto lo slam

Sto leggendo "Ho servito il re d'Inghilterra", di Hrabal, che ridere che fa, e che scrittura.
Ieri ero alle poste e il lavoratore allo sportello mi ha chiesto cosa stessi leggendo e se lo è segnato su un foglietto e così, che bello, siamo fuoriusciti dalla zona da lavoratore di lui funzionario funzionale che doveva servire me e io richiedente autorizzato che chiedevo servizi terziari a lui, e adesso chissà se lo leggerà, per me sì, comunque in un attimo ci siamo scambiati un minimo della nostra umanità.

Poi oggi dallo stesso libro/romanzo leggo questo passo che è un po' un classico di tante letterature e forse pensieri anche banali soprattutto nella verità inaccettabile della frase iniziale:

"All'albergo Tichota capii anche che quelli che si erano inventati che il lavoro nobilita l'uomo erano gli stessi che stavano qui tutta la notte a mangiare e a bere con delle belle signorine sulle ginocchia [...] e ogni volta, in mezzo a quell'allegria, all'improvviso uno chiedeva all'altro se non avesse bisogno di un vagone di maiali ungheresi, o magari due, o di un treno intero. E poi quell'altro a sua volta, guardando il nostro domestico che tagliava la legna, bisogna infatti dire che quei ricchi avevano spesso la sensazione che quel domestico fosse la persona più felice su questa terra, per cui guardavano trasognati quel lavoro che elogiavano senza però mai farlo, e se avessero dovuto farlo, allora sarebbero stati infelici e sarebbe stata la fine della loro felicità, e così, all'improvviso, quell'altro chiedeva, io ad Amburgo avrei una nave di pelli di vacca del Congo, sapresti mica cosa farne?"

Questo per dire che la letteratura ti viene incontro anche quando non sai bene cosa stai cercando, e domani, a Firenze, grazie ai Ripescati Dalla Piena, insieme a una folta bellezza di poete from tutt'italia, sarò ospite del Working Class Poetry Slam, e si parlerà del diritto al lavoro e di quella sfumatura neanche troppo lieve che fa mutare il lavoro in sfruttamento, e parleremo anche forse del sorvolare di certe dirigenze, di come certi movimenti di capitali, certe movimentazioni, non sembrano tenere conto delle persone che coinvolgono, e invece alcune volte sono costrette a tenere conto, ad esempio grazie alla forza e la coscienza (di classe) di un'occupazione di fabbrica come quella del Collettivo Di Fabbrica - Lavoratori Gkn Firenze.
A domani, al Circolo Arci Progresso Firenze

martedì 28 marzo 2023

Anche parlarne male - Paolo Nori - Daniele Benati - Baltica 9 - Laterza

   Dopo a un certo punto uno di voi, quello che sta guidando, dirà che lui a guidare pensa, e che la cosa che ha pensato che Sergej Esenin, il poeta russo, era bellissimo, famosissimo, fiondava a destra e a sinistra con le donne più belle e più famose della sua generazione, a meno di quarant'anni si è suicidato

   Leopardi, dirà quello che guida, era brutto, gobbo, non ha mai visto una passera neanche pitturata, di suicidarsi non ci ha pensato neanche lontanamente, dirà uno di voi quello che sta guidando per via che lui a guidare pensa.

   Ma a te Leopardi non piace? gli chiederà un altro di voi sorpreso da questa critica a Leopardi No no, dirà quello che guida, mi piace, però mi piace anche parlarne male.

giovedì 15 ottobre 2020

Marina Cvetaeva, sulla verità dei poeti

La verità dei poeti è la più invincibile, la più inafferrabile, la più indimostrabile e insieme convincente, una verità che vive in noi solo nell'istantaneo – e pesto – buio della percezione (che cosa è stato?) e che resta in noi come traccia di una luce o di una perdita (ma è veramente stato?). Una verità irresponsabile e priva di conseguenze, una verità che – Dio ci scampi! - non bisogna neanche cercare di inseguire, giacché anche per i poeti essa è senza ritorno. (La verità del poeta è un sentiero dove spesso le tracce vengono subito nascoste dal verde. Non lascerebbe tracce- e conseguenze – neanche lui, se potesse camminare dietro a se stesso). Egli non sa che dirà e spesso non sa neanche cosa dice. Non lo sa finché non lo dice e subito dopo averlo detto lo ha già dimenticato. Non è una tra le innumerevoli verità, ma uno degli aspetti di lei che si annullano a vicenda appena vengono confrontati.

Da (Il poeta e il tempo, Adelphi 1984, trad. Serena Vitale)

venerdì 20 marzo 2020

Paolo Nori - La banda del formaggio - Come faccio a descrivere Paride?

   Io credo che forse, la cosa che dovrei fare, prima di tutto, è dire chi era Paride.
   Solo che, magari a qualcuno sembra una cosa anche facile, dire chi era Paride, a chi non lo conosceva.
   Per me Paride, cioè a me vien da dire che Paride era Paride, e descrivere Paride, non so, gli ultimi quindici anni io l'avevo visto tutti i giorni, Paride, e descrivere Paride, adesso non voglio esagerare, ma facciamo un paragone, è come se qualcuno che non l'avesse mai vista mi avesse chiesto di descrivergli l'acqua, allora io comincerei a dirgli che l'acqua è inodore, e incolore, e che è un liquido, e che essendo un liquido prende la forma dei recipienti dove lo metti, e magari tirerei fuori il principio dei vasi comunicanti, che va bene, son tutte cose che son vere, ma è l'acqua quella lì?
   No, quella lì non è l'acqua.
   L'acqua è l'acqua.
   L'acqua è la pioggia, è una piscina, è una pozzanghera, è la rugiada, è la vasca da bagno, è la doccia, è il fango, è quello che faccio bollire per fare la pasta, è la saliva che ho in bocca, non è l'inodore, l'insapore, il principio dei vasi comunicanti, l'acqua è quando ti lavi la faccia, quando tiri giù l'acqua dopo aver pisciato, tutte le mattine da quando sei piccolo, l'acqua son tutte le fontane da dove hai bevuto, l'acqua è il fiume Reno che vedi tutti i giorni da quando abiti qui, quella lì, è l'acqua, altro che il principio dei vasi comunicanti, e Paride è Paride, come faccio a descrivere Paride?

venerdì 1 febbraio 2019

Thomas Bernhard - Camminare (cosiddetto cosiddetto)

Poiché Karrer, in generale, dice Oehler, ha definito tutto sempre e solo come un Cosiddetto, non c'è nulla che non abbia definito un solo Cosiddetto, e la sua competenza, in questo, è arrivata a un incredibile rigore. Lui, Karrer, non aveva mai detto, dice Oehler - anche se poi in realtà l'ha detto molto spesso, e forse anche in parecchi casi di continuo, con quelle parole che di continuo si dicono e con quei concetti che di continuo si usano -, che si trattava di scienza, ma solo di cosiddetta scienza, non aveva mai detto che si trattava di arte, ma solo di cosiddetta arte, non di tecnica, ma solo di cosiddetta tecnica, non di malattia, ma solo di cosiddetta malattia, non di sapere, ma solo di cosiddetto sapere, e dato che ha sempre definito tutto sempre e solo come Cosiddetto, è riuscito a conseguire incredibili capacità e competenze e un'attendibilità senza uguali. Quando abbiamo a che fare con le persone, abbiamo a che fare solo con cosiddette persone, come quando abbiamo a che fare con i fatti, abbiamo a che fare solo con cosiddetti fatti, così come anche l'intera materia, poiché, come sappiamo, tutto deriva dalla mente umana e da nient'altro, se comprendiamo il concetto di sapere e lo accettiamo come concetto da noi compreso. A questo pensiamo di continuo e su questo fondamento e su nient'altro ininterrottamente fondiamo tutto. Che le cose e le cose in sé siano solo cosiddette, per essere precisi, così Karrer, cosiddette cosiddette, dice Oehler, si capisce da sé.

lunedì 7 maggio 2018

Sergej Dovlatov - Compromesso (Lida gli sorrise)

Compromesso sesto
Era lì che fumava Valentin Cmutov, un fallito cronico. Cmutov era un attore. La natura gli aveva fatto un dono, una bella voce bassa dal timbro straordinario. Faceva lo speaker. Sei mesi prima gli era successa una cosa tragica. Cmutov doveva aprire al mattino presto una trasmissione che andava in onda in diretta. Doveva pronunciare solo qualche parola: <Cari ascoltatori! va in onda il programma settimanale "Salve, compagno>. E basta. Poi c'era la musica e la registrazione. E Cmutov si sarebbe preso i suoi undici rubli. 
Cmutov era entrato in cabina, si era seduto. Aveva avvicinato il microfono. Aveva ripetuto mentalmente il testo. Si era rimboccato i polsini in modo che i gemelli non sbattessero sul tavolo. Aveva atteso che si accendesse la lampadina <IN ONDA>. La sera precedente aveva bevuto ed era afflitto dalla malinconia. La lampadina non si accendeva.
- Cari ascoltatori!- aveva pronunciato Cmutov pensoso.
A fatica si snodava la lingua arsa dal liquore. La lampadina non si accendeva. 
- Cari ascoltatori! - aveva ripetuto nuovamente Cmutov - che schifo... Cari ascoltatori... Accidenti ieri h proprio esagerato...
La lampadina non si accendeva. Come risultò in seguito, era fulminata... capita una volta ogni cent'anni.
- Va in onda il programma settimanale - aveva continuato a provare Cmutov - oh, cazzo, basta, giuro che smetterò di bere...
Dietro il vetro si era profilato il muso contratto del direttore. Cmutov si era sentito venir meno. Si era spalancata la porta. Lo speaker, nonostante la resistenza offerta, era stato scacciato sulle scale. I suoi giuramenti del dopo-sbornia avevano fatto il giro del mondo. L'attore era stato licenziato... Ma la storia non finisce qui.
Cmytov era partito per Pskov. Era stato assunto come speaker alla radio. Le trasmissioni radio locali si tenevano per circa un'ora e mezza al giorno. Il resto del tempo la frequenza era occupata da Mosca e Leningrado. 
Cmutov se la godeva. Era considerato un maestro della capitale.
Una volta, stava conducendo una trasmissione. Inaspettatamente la porta aveva cigolato. Era entrato un grosso cane marrone (di chi era? da dove veniva?). Cmutov, cauto, lo aveva accarezzato. Il cane aveva serrato le orecchie e chiuso le palpebre. Il naso, come un minuscolo guantone da boxe, gli luccicava.
- I lavoratori del vigglaggio riferiscono - aveva detto Cmutov.
A quel punto il cane d'un tratto s'era messo ad abbaiare. Forse per la felicità. Evidentemente non era troppo abituato alle coccole.
- I lavoratori del villaggio riferiscono... bau! bau! bau!
Cmutov era stato licenziato di nuovo. Questa volta per sempre e da ogni luogo. Quando aveva raccontato del cane, non gli avevano creduto. Avevano stabilito che era stato lui ad abbaiare nei fumi della sbronza.
I falliti li evitano tutti, Lida gli sorrise.

giovedì 8 giugno 2017

Roberto Arlt - Le belve

   Assistevo al declino dei mondi. Onde di fuoco inghiottivano croste immense del pianeta, come un falò pezzi di carta. Le città si sgretolavano, i graniti e i ferri si scioglievano come maquettes di cera sotto la tempesta di fuoco. Allora, dal fondo nero e scarlatto di quelle fiamme, sorgeva il ridicolo fantasma di un poeta che, con le mani pallide incrociate sul petto e il viso delicato avvolto da una gorgiera, sfidava il fuoco. Con una voce in falsetto tra il tumulto sordo degli elementi chiedeva:
    - E i miei libri?... Come mai il fuoco non rispetta i miei libri?
   I suoi libri... mentre l'universo si stava fondendo nel nulla.

Roberto Arlt, da Le belve Savelli Editori, traduzione di Angiolina Zucconi

lunedì 13 febbraio 2017

Domenico Starnone - Labilità - Feltrinelli

"Nabokov invece dice che la letteratura è nata il giorno che un bambino, gridando al lupo al lupo, uscì di corsa dalla valle di Neandertal e dietro di lui non c'era nessun lupo."
Pesante silenzio.
"Non lo sapevo."
"Dice anche, esplicitamente, che lo scrittore è un imbroglione."
Silenzio lunghissimo.
"Il bambino non imbrogliava" disse infine come se avesse male alla bocca e parlare lo facesse soffrire.
"In che senso scusa?"
"Ogni volta che gridava al lupo al lupo, il lupo c'era."
"La storia non dice così."
"Dice così."
Silenzio imbarazzato, sia mio che suo
"Non c'è imbroglio , dunque, nella letteratura?" gli chiesi.
"Mai"

mercoledì 31 agosto 2016

Daniele Zito - La solitudine di un riporto - Il questore

   Non che il questore fosse un fan della verità, anzi, al contrario, vedeva nella verità grane senza fine. La verità costituiva sempre un rischio elevato per la sua carriera politica. Incarognirsi a cercare la verità significava pestare molti piedi e molti di quei piedi indossavano scarpe costose.
   Al contempo la verità era un'ottima merce di scambio, mediante la quale ottenere favori di ogni tipo. Il suo silenzio e quello dei suoi uomini gli avevano garantito, negli anni, di scalare la piramide sociale a due e, a volte, a tre gradini alla volta, rimpinguando il proprio conto in banca.
   Aveva una filosofia professionale molto semplice: quando i suoi colleghi parlavano di "metodo scientifico" o di "inoppugnabilità delle prove" in realtà mentivano. Non c'era alcun modo di risalire al bandolo della matassa, per il semplice fatto che c'erano centinaia di matasse che si intrecciavano a vicenda in un unica grande matassa inestricabile. Ogni volta che un inquirente provava a seguire una traccia finiva immancabilmente per girare a vuoto da una matassa all'altra. le indagini si mescolavano continuamente tra loro; le ipotesi si aggiungevano ad altre ipotesi; la scientifica trovava decine di impronte e campioni di DNA appartenenti a decine, a volte centinaia di persone; i testimoni diretti rilasciavano deposizioni contraddittorie; le prove venivano inquinate, sia dai colpevoli che dalla mancanza di professionalità dei colleghi; i moventi tendevano a moltiplicarsi all'infinito; le intuizioni "geniali" dei commissari si scontravano ogni giorno con la realtà dei fatti; i politici facevano pressioni perché tutto venisse insabbiato o addebitato a migranti o drop-out; la malavita organizzata corrompeva quasi tutto il suo organico e come se non bastasse il Ministero non faceva altro che ridurgli i fondi.
   In una situazione come quella, trovare la verità significava privilegiare una serie di ipotesi infondate rispetto alle altre. Nove volte su dieci significava mettere in carcere qualcuno che non c'entrava nulla, dandolo in pasto a opinione pubblica, avvocati e magistrati. Era una macchina infernale, che si autoalimentava, indagine dopo indagine. Da una parte entravano i delitti, dall'altra uscivano i colpevoli. E lui non era che una rotella dell'ingranaggio. Il suo compito consisteva nel vendere delle storie credibili alle famiglie delle vittime, a prescindere se fossero vere o meno. Non la verità, ma la sua parodia: la veridicità. D'altronde, come gli aveva detto una volta un vecchio boss che aveva cercato la loro protezione per evitare di essere ucciso assieme alla sua compagna diciassettenne: a nessuno interessava la verità. L'importante era dare loro un colpevole. Erano i colpevoli a dare senso alla giustizia, non viceversa. Senza di loro, tutta quella follia generalizzata chiamata società sarebbe implosa. Per questo lo Stato stipendiava lui e i suoi colleghi: per fabbricare incessantemente colpevoli.
   Il questore odiava tutto questo, ma non conosceva altro modo per fare soldi.

martedì 29 marzo 2016

La vita è originale - Svevo - Coscienza di Zeno

[Guido] Terminò coll'esclamare sconsolato:
- La vita è ingiusta e dura!
[...] mi pareva di dover pur dire qualche cosa. Egli aveva finito col parlare della vita e le aveva appioppati due predicati che non peccavano di soverchia originalità. Io scopersi di meglio proprio perché m'ero messo a fare la critica di quello ch'egli aveva detto. Tante volte si dicono delle cose seguendo il suono delle parole come s'associarono casualmente. Poi, appena, si va a vedere se quello che si disse valeva il fiato che vi si è consumato e qualche volta si scopre che la casuale associazione partorì un'idea. Dissi:
- La vita non è né brutta né bella, ma è originale!
Quando ci pensai mi parve di aver detta una cosa importante. Designata così, la vita mi parve tanto nuova che stetti a guardarla come se l'avessi veduta per la prima volta coi suoi corpi gassosi, fluidi e solidi. Se l'avessi raccontata a qualcuno che non vi fosse abituato e fosse perciò privo del nostro senso comune, sarebbe rimasto senza fiato dinanzi all'enorme costruzione priva di scopo. M'avrebbe domandato: "Ma come l'avete sopportata?". E, informatosi di ogni singolo dettaglio, da quei corpi celesti appesi lassù perché si vedano ma non si tocchino, fino al mistero che circonda la morte, avrebbe certamente esclamato: "Molto originale!"
- Originale la vita? - disse Guido ridendo. - Dove l'hai letto?
   Non m'importò di assicurargli che non l'avevo letto in nessun posto perché altrimenti le mie parole avrebbero avuto meno importanza per lui. Ma, più che ci pensavo, più originale trovavo la vita. E non occorreva mica venire dal di fuori per vederla messa insieme in un modo tanto bizzarro. Bastava ricordare tutto quello che noi uomini dalla vita si è aspettato, per vederla tanto strana da arrivare alla conclusione che forse l'uomo vi è stato messo dentro per errore e che non vi appartiene.

lunedì 11 gennaio 2016

Versante Ripido

La rivista Versante Ripido ha deciso di dedicare il numero di gennaio alla poesia popolare e ha chiesto a molta brava gente, poete e poetessi, di parlare di quel fenomeno che è quel tipo di poesia lì, popolare.
Perché è vero che forse sta succedendo qualcosa che ha a che fare con certo tipo di poesia, forse un imbarbarimento, forse una specie di liberazione sfrenata, comunque qualcosa che non so bene cos'è ma nel quale mi trovo bene.
Comunque tra queste persone a cui chiedere cose c'ero -onoratissimo- pure io che sono Filippo Balestra e sono il capo di questo blog.
Qualche giorno prima avevo partecipato a un poetry slam ad Alba (CN) ed eravamo in macchina con tutti quei bei Racca, Sandron, Bravuomo e c'era pure la Francesca Gironi, che ha poi splendidamente vinto la gara, e io, parlando con la Gironi, le dicevo di preferire l'uso di un linguaggio semplice, in poesia, perché mi annoio facilmente quando sento certi poeti che si fanno i fuochi d'artificio addosso...
lei mi ha fatto spaventare
E allora Francesca, riguardo a questo discorso della semplicità e tutto quanto, mi ha consigliato un libro della Ingeborg Bachmann, Letteratura come utopia, che è una bella raccolta di saggi e saggetti che mi sono messo poi a leggere, e a un certo punto, mentre nel frattempo mi chiedevano di scrivere qualcosa riguardo la poesia popolare, mi sono imbattuto in un passaggio che, introducendo tutt'un discorso più vasto, dice:
"Niente spaventa chi ha scritto poesie in proprio più dell'essere chiamato in causa per parlare e rispondere a domande sulla lirica contemporanea"
E io non ci stavo pensando ma allora ho deciso che era giusto che mi spaventassi anch'io, e mi sono spaventato, e su Versante Ripido ho dichiarato quelle cose che si possono leggere tutte belle cose dichiarate con un certo candore e al contempo con un certo spavento e insomma, non credo di essere riuscito a portare avanti il discorso accademico ma magari qualcosa ne può venir fuori... o no?

Distinti saluti
Filippo Balestra

martedì 6 ottobre 2015

Guida pratica al sabotaggio dell'esistenza - Roberto Mandracchia

   Potremmo verniciare di rosso le lapidi giù al cimitero, dice Gero lanciando la sua cicca sul tettuccio di un'auto che passa.
   Anche se nessuno griderebbe al miracolo, dice Gero facendo il segno della croce a modo suo. Poi accende un'altra sigaretta.
   Gero non capiva che i garogentini avrebbero urlato al miracolo, per poi andare tutti davanti alle prodigiose lapidi a genuflettersi e a piangere. Qualsiasi cosa portata all'eccesso contiene sempre il suo opposto.

lunedì 1 giugno 2015

Tiziano Scarpa: esercizi spirituali (ad uso di poeti giovini e vetusti)

   Esercizio n.1: per un mese ti nutrirai soltanto di occhi di animali.
   Esercizio n.2: per un mese intratterrai unicamente rapporti economici e relazioni misurabili in denaro.
   Esercizio n.3: per un mese ti asterrai dall'incappare nell'alfabeto in tutte le sue manifestazioni (es: etichette di acque minerali, striscioni trainati da aerei, codici di mine subacquee).
   Esercizio n.4: per un mese condividerai con altri esseri umani ogni tuo atto escrementizio.
   Esercizio n.5: per un mese ti esprimerai solamente in endecasillabi.
   Esercizio n.6: per un mese vivrai a sbafo e mangerai a ufo.
   Esercizio n.7: per un mese costruirai la tua tomba.
   Esercizio n.8: per un mese ti comporterai in maniera assolutamente normale.
   Esercizio n.9: per un mese avrai rapporti sessuali esclusivamente con esseri umani a te legati da vincoli di parentela.
   Esercizio n.10: per un mese leggerai solamente quotidiani sportivi.
   Esercizio n.11: per un mese eviterai di usare un arto o un organo del tuo corpo, oppure ti ammalerai di proposito
   Esercizio n.12: per un mese comunicherai solo attraverso telefono, fax, lettera, citofono, modem, telegrafo, videocamera, ricetrasmittente.
   Esercizio n.13: per un mese ingrasserai fino a raggiungere il doppio del tuo peso.

lunedì 18 maggio 2015

Malattia incurabile e attaccaticcia - Don Chisciotte

- Questi - disse il curato - non devono mica essere di imprese cavalleresche, bensì di poesia [...] non meritano di essere bruciati come gli altri, perché non fanno né faranno il male che hanno fatto quelli di cose cavalleresche; e son libri di buon senso, senza pregiudizio del prossimo.
- Ah, signore! - disse la nipote. - Ben potete mandarli a bruciare come gli altri, perché non ci vorrebbe molto che, una volta guarito il mio signore zio dalla malattia cavalleresca, con la lettura di questi gli venisse il ghiribizzo di farsi pastore e di andarsene per i boschi e per i prati cantando e suonando e, peggio ancora, di farsi poeta, che, come dicono, è malattia incurabile e attaccaticcia.
Edizione Sansoni - Firenze 1923/1927 traduzione Alfredo Giannini

mercoledì 13 maggio 2015

Alberto Forni - Seguirà buffet

Casa editrice Sperati

(tratto dal romanzo Seguirà buffet di Alberto Forni)
LINK per comprare il romanzo su amazon

Gianni Sperati era arrivato all’editoria per motivi del tutto casuali.
Un amico, divenuto assessore alla cultura di un piccolo Comune, gli aveva chiesto una mano per organizzare un concorso letterario. Concorso letterario che prevedeva il pagamento delle consuete “spese di segreteria”, inizialmente fissate in lire diecimila e che Sperati tuttavia, come primo atto della nascente collaborazione, era riuscito a far portare a venticinque perché “Ci sono pure le targhe da pagare”.
Alla fine, con grande sorpresa di Sperati, dell’amico assessore e della giunta tutta, i partecipanti al 1º Concorso Poeti Moderni furono oltre trecento e quattro rapidi conti spinsero il futuro editore a guardare con occhio diverso il mondo dell’arte, con particolare riferimento alla letteratura (da quel momento in avanti “Letteratura”), che lui aveva sempre considerato come un sottoprodotto figlio di privilegi, sfighe e amenità varie da non prendere neanche in considerazione. Almeno da un punto di vista professionale.
Qualche mese più tardi, caduta la giunta, Sperati prese in mano le sorti del Concorso Poeti Moderni, e iniziò a stringere accordi per iniziative simili con vari Comuni limitrofi. Le occasioni d’altra parte non mancavano: c’era sempre un evento da ricordare, un santo da festeggiare, una sagra da far conoscere. E se pure non ci fosse stato un motivo evidente, bastava un po’ di fantasia per partorire nuovi progetti. La Poesia d’altronde era occasione prima e immobile e bastando a se stessa non aveva bisogno di futili pretesti. E così, se non cadevano i cent’anni della liberazione di qualcosa da qualcuno, si potevano sempre celebrare la mamma, i nonni o gli inossidabili legami famigliari. Se non venivano in soccorso Sant’Eustorgio o Sant’Ignazio, era comunque possibile riscoprire il valore dell’artigianato attraverso concorsi come Poesie in ceramica o Legnopoesia. E se la stagione delle sagre era di là da venire, perché non cimentarsi su temi arcaici e sempre sentiti come le stagioni? Fossero quelle dell’anno solare o della vita tutta?

Dopo i concorsi – che nell’anno di maggior successo diedero vita a un fitto calendario scandito da una ventina di appuntamenti – arrivò in maniera naturale l’idea della casa editrice. D’altra parte erano stati proprio i poeti a volerla: “Va bene il premio, ma vorrei far arrivare le mie poesie alla gente”, “Invece della targa sarebbe preferibile una pubblicazione, anche piccola, magari con un contributo”.
Per quanto Sperati riflettesse da tempo sul fatto di compiere un ulteriore passo nel mondo della Letteratura, gli era sempre mancato lo stimolo risolutivo. La parola “contributo”, che suonava dolce e innocua, eppure si rivelava allo stesso tempo foriera di varie e concrete declinazioni, ebbe il merito di diventare la chiave di volta della casa editrice Sperati, che tanto aveva vissuto prima della nascita nella mente del suo futuro fondatore.

Se i concorsi erano stati una scoperta, la casa editrice fu una rivelazione.
Perché se tutto sommato era comprensibile che alcune persone fossero disposte a partecipare a premi di poesia sperando nella gloria letteraria – con lo stesso approccio, va detto, con cui speravano nei numeri del Lotto, in certuni almeno – il fatto che la maggior parte di loro inseguisse anche la pubblicazione “a ogni costo” era un fenomeno che lasciava sconcertati.
Agli aspiranti poeti niente importava se non vedere il proprio nome sulla copertina di un libro; niente aveva più valore di arrivare a stringere in mano il frutto delle proprie fatiche.
Per questo, tutto si concentrava ed esauriva nella tensione di arrivare a quel risultato: il resto non aveva importanza, per il resto c’era sempre una risposta, almeno una. Avevano pagato per pubblicare? Anche Moravia l’aveva fatto. Il testo era pieno di refusi? Era frutto della spontaneità. Il libro non sarebbe stato distribuito nelle librerie? Un libraio che tenesse qualche copia l’avrebbero trovato di sicuro. Nessuno l’avrebbe recensito? Colleghi e famigliari ne avrebbero parlato per mesi.
Per quanto Gianni Sperati non ci avesse mai creduto fino in fondo – era troppo intelligente per farlo – in alcuni momenti aveva l’impressione di assolvere a una funzione sociale. Sicuramente non vendeva sogni come qualcuno, nel corso del tempo, l’aveva rimproverato, anzi, era grazie a lui se questi sogni potevano arrivare a compimento, come in una moderna fiaba. È vero, c’era il contributo, ma in fondo era solo un piccolo contributo. E il libro magari non avrebbe fatto la sua apparizione nelle librerie e sui giornali ufficiali, ma avrebbe comunque avuto una sua vita. Grazie a qualche libraio amico, qualche presentazione ci sarebbe stata. E grazie a qualche rivista amica di qualche casa editrice amica, qualche recensione (positiva) ci sarebbe stata. C’era forse bisogno di un’investitura ufficiale per fare di un libro, un vero libro? In fondo quanta spazzatura pubblicavano le case editrici “serie”? Quanta qualità invece si poteva trovare in editori come lui, simili a lui, che tiravano avanti a dispetto di tutto? Alla fine, non sarebbe arrivato il giorno in cui la Storia avrebbe riconosciuto il ruolo fondamentale di case editrici come la sua? Probabilmente no, perché erano tutte cazzate e Gianni Sperati lo sapeva, anche se ogni tanto si illudeva di crederci. Almeno per qualche minuto.