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sabato 25 gennaio 2014

Paolo Zardi in viaggio


Compito dello scrittore non è occuparsi del treno né dei suoi passeggeri stanchi e macilenti né del paesaggio che scorre veloce nella direzione opposta, ma del minuscolo coriandolo di carta che si stacca dal biglietto appena vidimato e che nel giro di qualche decimo di secondo sparisce in una dimensione della quale nessuno ha conoscenza.

martedì 3 dicembre 2013

Ermanno Cavazzoni – Il poema dei lunatici

Le mie ricerche di terre e popolazioni continuavano intanto; e avremmo voluto capire le questioni di geografia, per orientarci.
Gliene parlavo, ma i confini di queste regioni sono talmente frastagliati e sinuosi, e anche talmente incerti, che non si sa esattamente da dove passino. Non ci sono carte o mappe affidabili, e io non conosco nemmeno trattati o atti ufficiali.
Questo confine, dicevo, è talmente a zig zag, che i territori sono come intrecciati, e uno quando cammina passa senza volere continuamente frontiera; ma se è un uomo che incute rispetto, non se ne accorge, o se ne accorge pochissimo, e quelli che stan di vedetta dall’altra parte lo lasciano stare, o gli da dei fastidi che sembrano casi ordinari: un male di testa o di denti, ma su un dente che è già cariato; o dei brutti sonni, o della balbuzie, qualche volta, in modo che uno dica una cosa invece di un’altra e faccia magari una figura barbina.
Ma i signori sicuri, di questi scherzetti non si chiedon ragione, e continuano a espatriare e a tornare, senza nessuna attenzione, cosicché anche quelli là rinunciano a dare fastidio. O preparano magari col passare del tempo qualche vendetta sanguinosa e definitiva, cosicché quei signori, che erano tracotanti e sicuri, alla fine non hanno più nemmeno il coraggio di uscire di casa; e dicono che non se la sentono e che hanno la fobia, o le cosiddette paturnie del sistema nervoso.
Secondo il prefetto una carta geografica voluta dal governo o dall’aeronautica, sarebbe una grande risoluzione.
Ma i problemi di rappresentazione sono difficilissimi, e non per il passaggio dalla sfera al piano, gli dicevo, che avrebbe già delle soluzioni, ma perché sembra che questi confini ognuno li sposti in avanti o indietro, o in alto o in basso. E che cioè questo zig zag sia effetto del via vai della gente, che mentre cammina o si ferma a pensare, si tira dietro la linea della frontiera che probabilmente è come un elastico lungo molti chilometri che s’ingarbuglia alle gambe, e ha un’escursione sul piano imprevedibile. Un istituto di cartografia militare non ha l’attitudine né gli strumenti per una geografia così indefinita, e in genere manda dei corpi speciali di genieri a piantare del filo spinato e dei paletti, perché non si sposti il confine che han disegnato, e le carte restino buone per un certo tempo almeno.
Parlavamo così, molto precisamente.

lunedì 11 novembre 2013

C'è Crisi


Decisi di fare letteratura nella vita perché avevo il mito degli scrittori degli anni Venti. E non mi accorgevo che quello che scrivevano gli scrittori degli anni Venti era che gli scrittori non erano più un mito per nessuno? Sbaglio tutto.
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  • Guido Vitiello Ma no, anche l'esibizione della crisi 
    frutta. Da due secoli i filosofi tengono banco parlando
    di crisi della filosofia e del fatto che il compito della
    filosofia è capire cos'è la filosofia. 
    Cacciari tromba tantissimo.
  • Errico Buonanno Lo so. Sennò perché starei qui a 
    fare la vittima su Facebook?

venerdì 4 maggio 2012

Elementari

"la mutazione metafisica operata dalla scienza moderna si porta dietro l'individuazione, la vanità, l'odio e il desiderio. Di per sé il desiderio - contrariamente al piacere - è fonte di sofferenza, di odio, e di infelicità. E, questo, tutti i filosofi - non solo i buddisti, non solo i cristiani, ma tutti  i filosofi degni di questo nome - l'hanno capito e insegnato. La soluzione di utopisti - da Platone a Huxley passando per Fourier - consiste nell'annientare il desiderio, e le sofferenze connesse, organizzandone l'immediata soddisfazione. All'opposto, la società erotico-pubblicitaria in cui viviamo si accanisce a organizzare il desiderio, a svilupparlo fino a dimensioni inaudite, al tempo stesso controllandone la soddisfazione nel campo della sfera privata. Affinché la suddetta società funzioni, affinché la competizione continui, occorre che il desiderio cresca, si allarghi e divori la vita degli uomini". Si asciugò la fronte, sfinito; non aveva toccato cibo. [...] "In realtà, annientata dall'evidenza della morte materiale ogni speranza di fusione, la vanità e la crudeltà, non possono non svilupparsi. In compenso," concluse bizzarramente, "possiamo dire altrettanto dell'amore.

Da "Le particelle elementari" di Michel Houellebecq.

giovedì 1 settembre 2011

Anno luce di G.Genna


Seguimmo certe rotte in diagonale, noi umani, diretti alla fondazione della città. Ci stringeva il petto un mal d'Africa tenue e sofisticato, il sintomo della raffinatezza del passato. Cerchiammo lo spazio di fondazione, compimmo i dovuti sacrifici. La veccia cresceva nei campi incolti, da cui apprendemmo le arti magiche della seminagione, della raccolta, spinti dalle correnti elettriche dei nostri metabolismi, ricavando tempi lenti per le fioriture, in armonia con i cicli lunari, con il magnetismo delle lontane maree. Sottomettendoci ai duchi, erigendo le signorie e i memorabili vassallaggi, attraversando pestilenze decennali, che sfiguravano temporaneamente la nostra specie, fino alle scoperte che i minerali combusti e raffinati potevano indurre la materia a lottare contro se stessa, a frizionare scaglie di energia, a sfamarci, per porre termine allo spettro della penuria, per sedare il sisma dei nostri metabolismi. Elaborammo virtù, individuammo i vizi. Trascinammo una storia colossale. Erigemmo ciminiere, le convertimmo in archeologia industriale. Giungemmo esausti a un tempo privo apparentemente di senso, pronti ad auscultare i battiti della fame, quella violenza impostaci dai nostri metabolismi, che tante volte ci aveva trascinato oltre gli ostacoli. Abbiamo raffinato fino all'immaterialità i nostri metabolismi, congiungendoli con l'occulta supersottile sostanza dello spazio neutro. Mediante queste tecniche di magia noi sogniamo di abbandonare il pianeta, di erigere colonnati dorici sul suolo rosso del prossimo pianeta che abiteremo. Raffineremo le tecniche a punti impensabili, partendo dalla natura fossile di questi guardrail incrostati, partendo dalla mente prensile, dai lobi cerebrali opponibili di quest'uomo infossato a mezzobusto nella sua auto, che si dirige ombroso e letale verso il suo destino, in forma di regicida.

lunedì 6 giugno 2011

Böll si lamenta.

CIò CHE AGLI AUTORI MANCA È L'ORGOGLIO (frammenti di discorso pronunciato da Böll per il venticinquesimo anniversario della Verwertungsgesellschaft Wort 8 dicembre 1983)

   "è comunque ancora un mistero come mai una società completamente orientata al possesso, invasata dal possesso, non statalizzi, dopo un termine ultimo, proprio il possesso intellettuale (di questo si dovrebbe parlare nel corso di un giusto accordo con i discendenti) ma lo getti nella fauci di una società che fa incetta di possesso. Può persino darsi che questa perversione della situazione giuridica abbia condotto a dei pensieri sublimi. Il sublime pensiero che in presenza di simili valori non si possa ragionare di cose così volgari come il denaro. Può darsi. Vorrei solo osservare che non opera nessuna forza sublime che fa piovere francobolli dal cielo e non si dà ancora il caso che il ministro dell'Interno paghi la mia bolletta del telefono, anche se magari origlia al ricevitore mentre, durante le mie cospirazioni telefoniche, ordino dell'altra dinamite. È davvero singolare che, invece, i diritti d'autore vengano espropriati liberamente ai successori legali dopo settant'anni. Ripeto quel che ho detto in altre occasioni: il diritto è la componente più preziosa e importante, la conquista più importante della nostra civiltà. Uguaglianza davanti alla legge e libertà sono strettamente collegate. Le altre componenti della nostra civiltà, letteratura, musica, arte, non hanno bisogno di essere garantite dalla legge nella loro libertà, se la procurano da sé, esplorano ininterrottamente i loro confini mosse da un innato desiderio di libertà. Il diritto è la conquista più grande della nostra civiltà."

Poi parla un po' del Verwertungsgesellschaft Wort: "Società per l'utilizzo della parola" (previo copiaincolla aggiungiamo noi)
e continua:

Anche Böll voleva più soldi
   "nei quattordici anni precedenti non siamo riusciti, e di questo non possiamo incolpare nessun altro se non noi stessi, a dare al pubblico un'immagine del nostro lavoro, a precisare, chiarire che cosa significhi scrivere anche solo una pagina di prosa che uno possa rileggere dopo cinque o dieci anni senza arrossire. Non parlo di valori eterni, parlo di prosa in lingua tedesca, si tratta di lavoro, bello sì, anche se faticoso. E il riconoscimento di questo lavoro è diminuito invece che aumentare. Nulla contro il bacio della musa, è dolce, rende il nostro spirito alato. Ma questa donnetta è ostinata ed esigente. Non ci arriva certo in camera o sulla scrivania svolazzando. Si avvicina per lo più solo dopo che ci si è mezzi ammazzati di fatica a prepararle la strada. Una gran furbacchiona che sa che baci a buon mercato non danno molto."

Tratto da Visto di transito, Edizioni Studio Tesi - collana EST

mercoledì 1 giugno 2011

Bukowski sulla letteratura o sulla scrittura o sulla poesia, e sull'umanità intiera (in galera).


Christmas poem to a man in jail
hello Bill Abbott:
I appreciate your passing around my books in
jail there, my poems and stories.
if I can lighten the load for some of those guys with
my books, fine.
but literature, you know, is difficult for the
average man to assimilate (and for the unaverage man too);
I don't like most poetry, for example,
so I write mine the way I like to read it.
poetry does seem to be getting better, more
human,
the clearing up of the language has something to
do with it (w. c. williams came along and asked
everybody to clear up the language)
then
I came along.
but writing's one thing, life's
another, we
seem to have improved the writing a bit
but life (ours and theirs)
doesn't seem to be improving very
much.
maybe if we write well enough
and live a little better
life will improve a bit
just out of shame.
maybe the artist haven't been powerful
enough,
maybe the politicians, the generals, the judges, the
priests, the police, the pimps, the businessmen have been too
strong? I don't
like that thought
but when I look at our pale and precious artists,
past and present, it does seem
possible.
(people don't like it when I talk this way.
Chinaski, get off it, they say,
you're not that great.
but
hell, I'm not talking about being
great.)
what I'm saying is
that art hasn't improved life like it
should, maybe because it has been too
private? and despite the fact that the old poets
and the new poets and myself
all seem to have had the same or similar troubles
with:
women
government
God
love
hate
penury
slavery
insomnia
transportation
weather
wives, and so
forth.
you write me now

that the man in the cell next to yours
didn't like my punctuation
the placement of my commas (especially)
and also the way I digress
in order to say something precisely.
ah, he doesn't realize the intent

which is
                to loosen up, humanize, relax
and still make as real as possible
the word on the page. the word should be like
butter or avocados or
steak or hot biscuits, or onion rings or
whatever is really
needed. it should be almost
as if you could pick up the words and
eat them.
(there is some wise-ass somewhere
out there
who will say
if he ever reads this:
"Chinaski, if I want dinner I'll go out and
order it!")
however
an artist can wander and still maintain
essential form. Dostoevsky did it. he
usually told 3 or 4 stories on the side
while telling the one in the
center (in his novels, that is).
Bach taught us how to lay one melody down on
top of another and another melody on top of
that and
Mahler wandered more than anybody I know
and I find great meaning
in his so-called formlessness.
don't let the form-and-rule boys
like that guy in the cell next to you
put one over on you. just
hand him a copy of Time or Newsweek
and he'll be
happy.
but I'm not defending my work (to you or to him)
I'm defending my right to do it in the way
that makes me feel best.
I always figure if a writer is bored with his work
the reader is going to be
bored too.
and I don't believe in
perfection, I believe in keeping the
bowels loose
so I've got to agree with my critics
when they say I write a lot of shit.
you're doing 19 and 1/2 years
I've been writing about 40.
we all go on with our things.
we all go on with our lives.
we all write badly at times
or live badly at times.
we all have bad days
and nights.
I ought to send the guy in the cell next to yours
The Collected Works of Robert Browning for Christmas,
that'd give him the form he's looking for
but I need the money for the track,
Santa Anita is opening on the
26th, so give him a copy of Newsweek
(the dead have no future, no past, no present,
they just worry about commas)
and have I placed the commas here
properly,
Abbott?

          ,
        , , ,
      , , , , ,
    , , , , , , ,
  , , , , , , , , ,
, , , , , , , , , , ,
        , , ,
        , , ,

venerdì 11 marzo 2011

Un pezzo di Nuvola di Smog (quella di Italo Calvino)

Rifeci una terza volta l'articolo. Andava bene, finalmente. Solo sul finale ("Ci troviamo dunque di fronte a un problema terribile per il destino della società. Lo risolveremo?") trovò da ridire.
- Non sarà troppo dubitativo? - chiese - Non toglierà fiducia?
La cosa più semplice era togliere l'interrogativo: "Lo risolveremo". Così, senza esclamativi: una calma sicurezza.
- Però non sembrerà troppo pacifico? Una cosa di ordinaria amministrazione?
Si convenne di ripetere la frase due volte. Una con l'interrogativo e l'altra senza. "Lo risolveremo? Lo risolveremo".
Ma non era un rimandare la soluzione a un futuro indeterminato? Provammo a mettere tutto al presente. "Lo risolviamo? Lo risolviamo". Ma non suonava bene.
Si sa come succede con uno scritto; si comincia a cambiare una virgola, e bisogna cambiare una parola, poi la costruzione di una frase, e poi va tutto al'aria. Discutemmo mezz'ora. Proposi di mettere domanda e risposta con tempi diversi: "Lo risolveremo? Lo stiamo risolvendo". Il presidente fu entusiasta e da quel giorno la sua fiducia nelle mie doti non venne mai meno.

Italo Calvino visto da Tullio Pericoli, 1987

martedì 14 dicembre 2010

Pancetta - Paolo Nori - Essi fumano

Ecco una cosa che ha fatto Paolo Nori che poi dopo ha scritto in Pancetta (ma lo ha scritto con dei caratteri diversi, più russi, tipo Saša, non Sasa).

Al Festival dell'Arte d'Avanguardia e delle Performance

Ci incamminammo.
Le prime persone che incontrammo furono due signore che si andavano incontro una da una parte e l'altra dall'altra di un tappeto stretto con in mano due pacchetti di sale da cucina, si fermavano a metà strada, versavano il sale di lato, poi tornavano indietro.
Poi si voltavano, si tornavano incontro, si fermavano a metà strada, versavano il sale, tornavano indietro.
C'era un cartello, in russo in francese e in inglese, Watts, Anderson, Stati Uniti d'America, Sol'zizni, Le sel de la vie, Life salt, c'era scritto. Io Sasa e Tikakeev ci guardammo "vabè, - ci dicemmo, - andiamo avanti".
Avanti, c'era un uomo in mutande con in testa una maschera antigas che faceva la punta delle matite, per terra aveva una scorta di cinque seicento matite lui col suo temperino a manovella pianpiano le temperava, aveva appena cominciato, di fianco c'era un cartello Stevenson, Scozia, Carandasi, Craions, Pencils, c'era scritto. Noi ci guardammo "andiamo avanti", pensammo.
Avanti, c'era una giapponese vestita di nero dentro una rete grandissima bianca che si cuciva addosso la rete standoci dentro, questa era un po' più statica, come performance, si muovevano solo le manine da giapponese Itoki, c'era scritto sul cartello, Giappone, Set', Reseau, Net.
Queste erano le performance in corso quando entrammo, e dopo un po', eravam lì che non sapevam cosa fare, in questa atmosfera artistica rarefatta e d'avanguardia e delle performance alla quale non eravamo abituati e che ci metteva a disagio, da dietro una porta era uscito Maximov, si era cambiato, aveva tre camice una sull'altra e due paia di pantaloni e due paia di mutande, come scoprimmo poi dopo, "la mia performance c'è alla fine di queste, - ci sussurrò, - dovreste aspettare".
- Ma quando finiscono queste? gli chiese Sasa.
- Eh, tra un paio d'ore.
Il problema non era tanto star lì due ore a guardar della gente che faceva la punta delle matite, il problema era che non si poteva fumare, al festival dell'arte d'avanguardia e delle performance e io non fumavo, allora, Titakeev fumava poco ma Sasa fumava una trentina di sigarette al giorno sarebbe stato difficile, per lui, restare fino alla fine della performance di Maximov e del resto sarebbe stato impossibile, con il nostro giovanile amorproprio messo in moto dall'adulazione maximoviana non veder la performance di Maximov.
Sasa andò a chiedere se poteva uscire per poi rientrare "se uscite poi non rientrare, son cominciate le prformance, abbiam chiuso la sala", gli aveva detto il guardiano, e per un po' io e Tikakeev e Sasa ci eravamo guardati senza sapere cosa fare quando ad un tratto "hai un foglio di carta?" chiese Sasa e Tikakeev. "Mutatis mutandis, - rispose Tikakeev, - ce l'ho". "Bene, dammelo", disse Sasa, e poi scrisse qualcosa sopra il foglio, prese tre sedie, le mise in fila, appoggiò il foglio per terra davanti alle sedie, ci consegnò una sigaretta per uno "sedetevi, - disse a me e Tikakeev, - e accendetevi le sigarette", e si sedette anche lui ci accendemmo tutti e tre le sigarette fu la prima sigaretta che fumai nella mia vita non me la dimenticherò mai.
Venne subito un addetto "non si può fumare", ci disse, "Sssh, - gli disse Sasa, - è una performance", e gli indicò il foglio sul quale aveva scritto Puskin, Gogol, Tikekeev, Russia, Oni kurjat, Esl curit, Owe Kurnt. (Essi fumano)

venerdì 10 settembre 2010

Il tempo materiale di Vasta


A volte accendo la televisione. Di pomeriggio fanno dei film. Don Camillo e Peppone, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. L'Italia capisce solo le maschere, i personaggi a una dimensione. Vieni avanti cretino. La paura del Sarchiapone. Appena un personaggio si fa più complesso diventa subito sospetto. Un giorno resto a guardare Tina Pica in Pane, amore e fantasia. Fa Caramella. Mi piace quando grida. Grida sempre. E borbotta e rimprovera. Moralizza. Penso abbia capito che una certa italianità è fatta in questo modo e vale la pena interpretarla. Una repubblica fondata sulla reprimenda. La voce che si ingrossa, la laboriosa fabbricazione del ruggito: poi il ruggito viene fuori, ci soffi sopra e ti accorgi che era schiuma.

In questi mesi, dopo la morte di Moro, il canone politico nazionale sta riorganizzando il suo impianto. Leone era già da anni irreale ed è saltato. La complessione fisica gelatinosa, la vocina adatta al belato, la mano che conficca scaramantica le corna per terra a scongiurare studenti e colera: non reggeva più. Al belato andava sostituito qualcosa di più consistente, di più aspro. Pertini è sempre Italia ma ha un'altra intonazione. Più adeguata ai tempi. Salda, severa, con quella parte di stordimento senile che rende tanto umani. E poi il passato partigiano, l'antifascismo, la fuga dal carcere politico; l'identità socialista, ma di un socialismo delle origini. Insomma, il simbolo giusto al momento giusto, il paese che rincolla i pezzi, la salvaguardia dell'unità nazionale guadagnata a strepiti e preamboli.

Tina pica, dunque, è perfetta. È Sandro Pertini donna. La stessa voce, lo stesso temperamento rude e sanguign
o. Quando però mi avvicino alo schermo e la annuso, avvolta nel suo sciallino traforato, sento un odore di incenso vecchio che arriva prima alle narici e poi alla gola. La sacrestia. Il turibolo. L'atmosfera tabernacolare. È un odore che nonostante l'assuefazione – è l'odore di Palermo e dell'Italia – ancora mi sconvolge. È anacronistico. Mi spalanca davanti neri interni piccolo-borghesi, rurali, vischiosi, un'estensione delle cartoline che passano all'Intervallo. Una massa di scialli, di centrini, gli ornamenti di vetro opaco, gli specchi d'armadio chiazzati. I bicchieri di cucina sui quali, come in un incubo traslucido, si riconoscono i sedimenti di saliva, strato su strato.

mercoledì 25 agosto 2010

Il delirio di Tondelli

"Devi tenere duro," disse Tony, versando altro vino. Erano alla terza bottiglia. Ognuno parlava per conto suo. Ognuno procedeva per i fatti propri. "Noi vogliamo i soldi. E qui, adesso, i soldi ci sono solamente per i portaborse di qualche politico o il leccaculo di qualche assessore. Hanno preso tutto, sono dappertutto! O accetti di dipendere da uno striminzito finanziamento di un tizio che un giorno è assessore alla cultura e il giorno dopo ai macelli pubblici, o accetti di fare professione di fede di qualche partito o sei tagliato fuori. A meno che tu non voglia fare del comico da borgata o da quartiere: due pernacchie, qualche modo dialettale, personaggi grulli e rimbambiti che non leggono, non pensano, non si tengono informati, non sanno quello che succede un po' più in là del loro naso. Ecco cos'è il cinema italiano. È semplicissimo. È solo questo. E allora, se tu sei tagliato fuori come lo siamo tu e io; se non ti va di abbruttirti in sceneggiature pecorecce; se non ti va di trattare gente il cui mestiere è unicamente quello di garantire agli altri la libertà di fare un mestiere e non dirigerlo, approvarlo, tagliarlo, censurarlo, allora non ti resta che una sola strada. Delirare. E augurarti che il tuo delirio scuota quello di altra gente trovi delle risonanze per diventare un progetto. Questo è quello che noi stiamo facendo. Dovremo soltanto, d'ora in avanti, gridare più forte... E tu, Robby, sputerai le tue corde vocali con me."

Da "Rimini" di Pier Vittorio PV Tondelli

sabato 14 agosto 2010

Collane

C'è il direttore di là che non si capisce se starnutisce o se vuole picchiarci.
Comunque.
Grandi collaborazioni blogghistiche.
Uno dei più nostri primissimi fan s'è fatto mettere un racconto su uno dei più importanti blog della contemporaneità attuale. Questo permette noialtri di postare un post che rimandi a quel post.

Con l'illustrazione di robbe, questa:

domenica 1 agosto 2010

E' da appena un minuto che ho deciso di essere un ponte

E' da appena un minuto che ho deciso di essere un ponte
Mentre muovo la mano in fondo alla gola tropicale di questa estate penso agli innumerevoli imperi che sono stati fondati e che cadranno sulla sottile perversione di una caviglia, alla smisurata distanza che copre una mente, un cuore, e un sesso.

Appesa al muro una stampa ritraente un mercato, alle mie spalle smarrita lungo il corridoio del tempo quella ragazza attraente non considerata nella velocità acrobatica del sentimento, musicata dalla calligrafia storpia del mio essere assente, del mio considerare pentagramma l’accaduto, e note stecchite - senza proprietà - il presente.

E queste mie due mani mercenarie barattate per una copertura di palpebre, questa mente donata ai numeri, quando sarebbe stata predisposta all’aria aperta, altro che pareti bianche, altro che stipendi: per una vita affittata quale commissione credevo di ricevere in cambio?
Mi hanno dato un gambo di rose, mi hanno detto non si preoccupi di niente, è tutto già pagato, si accontenti del suo minuto alla caffeina, e comprenda che ogni piega, con la giusta pazienza, si può appianare, e non badi alle spine, sono comprese nel prezzo.
Così mi sono costruito un sorriso, prendendo le misure delle mie ossa, e mi sono ripetuto lo stesso giorno nella mente come un ritornello, cambiando solo mezzo di trasporto.

È da appena un minuto che ho deciso di essere un ponte, coi piedi ben piantati nel mio passato di riassunti, e le mani protese verso un futuro di nuvole, deciso a far collimare le sovrastrutture in cui mi muovo diviso, come fossi parti diseguali di un essere montato male.
Riuscire a far combaciare pentagramma e note e musicista, e rendermi conto che si è tutti in una sola stanza, che è adesso.

Mi dedicherò alla poesia, schiaccerò gli attimi con le unghie come si potrebbe fare coi pidocchi, sarò umile ed enciclopedico, sarò minuzioso nella scelta delle direzioni da osservare, entrerò dentro di me con la disinvoltura e la curiosità in cui si entra nella stanza di un estraneo sicuri della sua assenza.
Mentre muovo la mano in fondo alla gola tropicale di questa estate penso agli imperi che farò sorgere dalla vacuità di una porta spalancata, sarò ponte fra la smisurata distanza che copre il pensiero, il sentimento e il piacere, elevandomi da una condizione miserevole con la stessa semplicità con cui ci si alza tutte le mattine: e lo sforzo acquista un tensione propria e una pacifica valenza nel momento esatto in cui il gesto si compie.


Scritto e fotografato da Alessandro Ansuini (2000? 2001? quegli anni lì)


lunedì 21 giugno 2010

Indovinello

Lasciamo senza titolo questo pezzetto tratto da un libro edito da Feltrinelli, speriamo che chiunque legga qui possa indovinare di che libro si tratta, altrimenti vada a ripassarsi le tabelline partendo dall'ABC.

"Cominciarono a mangiare in silenzio poi, ad un certo punto, Pereira chiese a Silva cosa ne pensava di tutto questo. Tutto cosa?, chiese Silva. Tutto, disse Pereira, quello che sta succedendo in Europa. Oh, non ti preoccupare, replicò Silva, qui non siamo in Europa, siamo in Portogallo. Pereira sostiene di avere insistito: sì, aggiunse, ma tu leggi i giornali e ascolti la radio, lo sai cosa sta succedendo in Germania e in Italia, sono fanatici, vogliono mettere il mondo a ferro e fuoco. Non ti preoccupare, rispose Silva, sono lontani. D'accordo, riprese Pereira, ma la Spagna non è lontana, è a due passi, e tu sai cosa succede in Spagna, è una carneficina, eppure c'era un governo costituzionale, tutto per colpa di un generale bigotto. Anche la Spagna è lontana, disse Silva, noi siamo in Portogallo. Sarà, disse Pereira, ma anche qui le cose non vanno bene, la polizia la fa da padrona, ammazza la gente, ci sono perquisizioni, censure, questo è uno stato autoritario, la gente non conta niente, l'opinione pubblica non conta niente. Stai bene a sentire, Pereira, disse Silva, tu credi ancora nell'opinione pubblica?, ebbene, l'opinione pubblica è un trucco che hanno inventato gli anglosassoni, gli inglesi e gli americani, sono loro che ci stanno smerdando, scusa la parola, con questa idea dell'opinione pubblica, noi non abbiamo mai avuto il loro sistema politico, non abbiamo le loro tradizioni, non sappiamo cosa sono le trade unions, noi siamo gente del Sud Pereira, e ubbidiamo a chi grida di più, a chi comanda."

giovedì 27 maggio 2010

Quel tranquillone di Burroughs

Dopo l'intervista esclusiva a noi rilasciata (vivamente consigliata da Pino Insegno), e il breve commento sui corsi di scrittura creativa, ecco una teoria generale sulla Parola di W.S. Burroughs.

Il libro è questo:










prestatoci da Paolo che ha deciso di dimenticarsene e di lasciarlo alla comunità insieme a quell'altro libro di Herzog, il regista.



"La mia teoria generale fin dal 1971 è stata che la Parola è letteralmente un virus, e che non è riconosciuta come tale solo perché ha raggiunto uno stato di relativamente s
tabile simbiosi con il suo ospite umano; vale a dire, il Virus Parola (l'Altra Metà) si è imposto così saldamente come parte accettata dell'organismo umano da poter sghignazzare dietro ai virus gangster come la varicella e spedirli all'istituto Pasteur. Ma la Parola porta chiaramente l'unica caratteristica di identità del virus: è un organismo senza altra funzione interna che quella di replicare se stesso."

domenica 16 maggio 2010

DonDelilliamoci (Don Delillo)


In Mao II (1991) c'è 'sta tizia che fa le foto agli scrittori di tutto il mondo e lui se ne sta rintanato in un posto che quasi nessuno sa.
Dialogo tra i due:

" - C'è un curioso nodo che lega i romanzieri e i terroristi. In Occidente noi diventiamo effigi famose mentre i nostri libri perdono il potere di formare e di influenzare. Chiedi mai ai tuoi scrittori che cosa ne pensano di questo? Anni fa credevo ancora che fosse possibile per un romanziere alterare la vita interiore della cultura. Adesso si sono impadroniti di quel territorio i fabbricanti di bombe e i terroristi. Ormai fanno delle vere e proprie incursioni nella coscienza umana. Era quanto solevano fare gli scrittori prima di essere mercificati.
- Continua, mi piace la tua rabbia.
- Ma tutto questo lo sai benissimo. È il motivo per cui fai milioni di chilometri per fotografare gli scrittori. Perché stiamo cedendo il passo al terrore, ai notiziari del terrore, a registratori e telecamere, alle radio, alle bombe nascoste nelle radio. Le notizie dei disastri sono l'unica narrativa di cui la gente ha bisogno. Più sono cupe le notizie, più è grandiosa la narrativa. I notiziari sono l'ultima forma di assuefazione prima... di cosa? Non lo so. Ma tu sei furba a intrappolarci nella tua macchina fotografica prima che scompariamo.
- Sono io quella che stanno tentando di uccidere. Te ne stai seduto in una stanza a formulare teorie.
- Metteteci in un museo e fate pagare il biglietto."